20/10/2014

Le Citta Metropolitane e la riforma che mina il futuro

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La città metropolitana - e quindi l’avvio di nuovo assetto di governo metropolitano che dovrà affrontare i problemi di una realtà territoriale oggettivamente più complessa – è un’ennesima nuova sfida (se vogliamo essere ottimisti) o l’ennesimo piano inclinato per la già complessa macchina amministrativa locale. C’era una premessa condivisibile alla base della riforma del titolo V della Costituzione e dell’istituzione delle città metropolitane: non è più accettabile che, in tempi di grave crisi economica, gli enti pubblici territoriali siano una pesantissima zavorra per tutti. Per i cittadini e anche per le imprese. Oggi, per sintetizzare un processo che si è sviluppato in concreto dal 2011 con la prima riforma delle Autonomie, “subiamo” ancora una volta una volta una rivoluzione annunciata che sposta l’attenzione solo sulle città metropolitana, stabilendo l’ennesimo recinto di funzioni e nuove competenze, sovrapponendole di fatto all’ex area provinciale. La creazione di un nuovo livello di governo con a capo il sindaco del capoluogo e con una nuova definizione non solo di confini ma soprattutto di poteri e di regole di funzionamento, non può essere decisa a tavolino ed applicata con atto deliberativo.

L’istituzione di un governo metropolitano dovrebbe rappresentare un atto formale che riconosce un processo sostanziale. Che non c’è stato e non c’è attualmente. Anche perché ogni assetto metropolitano è un unicum fatto ragioni storiche, di varietà e complessità delle aggregazioni urbane, di flussi di merci e persone e tanto altro ancora. L’Europa ci insegna, in grandi città come Londra o Madrid, o nel caso di Barcellona dove l’area metropolitana è un ambito territoriale di cooperazione funzionale tra soggetti amministrativi locali, che questi processi riguardano esperienze riconducibili a grandi agglomerati – le cosiddette global cities che organizzano territori su modelli di città regione e con poteri definiti, caso per caso, dalla legge. Noi invece, con le città metropolitane, istituite per un numero consistente di realtà urbane, abbiamo definito criteri univoci per tutte, mettendo a capo di questo nuovo asset il sindaco della città capoluogo.

Abbandonando definitivamente, e per legge, la possibilità di ragionare e legiferare in ragione delle diversità territoriali e soprattutto di diversità delle funzioni. In pratica si è abbandonata la prospettiva delle aree metropolitane le quali, come ben sappiamo, sono cosa ben diversa dalle città metropolitane. Queste ultime infatti, non sono zone circoscrivibili territorialmente, ma aree da pensare e soprattutto da realizzare in termini di funzioni (di vocazioni territoriali) e prive di perimetri obbligatori. Possiamo dire che nonostante l’Europa ci chieda di trasformare i territori urbani in smart city, ovvero in città intelligenti, noi abbiamo istituito per legge un nuovo soggetto giuridico dove le parole “innovazione” e “sostenibilità ambientale” (per non tacere delle vocazioni reali quali il turismo e il terziario, insieme all’eccellenza manifatturiera da incentivare attraverso l’azione pubblica di promozione e di sviluppo) sono ancora una volta sconosciute.Ancora una volta, quindi, si è persa un’occasione per “alleggerire” l’intera architettura istituzionale degli enti locali e “caricando” ancora di più l’ente Regione. Un percorso istituzionale perverso che fa il paio - e va nella stessa direzione dell’appesantimento burocratico con il progetto di riforma governativa delle Camere di Commercio, prevista all’interno della più generale riforma della Pubblica Amministrazione annunciata per venerdì prossimo in Consiglio dei Ministri.

Non mi sembra che questa riforma delle città metropolitane vada nella direzione auspicata della semplificazione, della diminuzione della spesa pubblica e della competitività. Sono questi gli assets principali della sfide che ci attendono nell’immediato futuro. Ne vale del futuro dei nostri territori, delle nostre imprese e di chi lavora e produce ricevendo in cambio, dallo Stato, servizi inefficienti a fronte di una pressione fiscale sempre più elevata che blocca ogni tentativo di ripresa e di rilancio dell’imprenditoria sana che lavora, produce e paga le tasse.

Presidente Camera di Commercio di Napoli
Maurizio Maddaloni

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